martedì 31 dicembre 2013

duas palavras

(in portoghese, ché l'unica cosa che mi è piaciuta è sentirlo parlare)

cedendo ai luoghi comuni e irretiti da alcune critiche lusinghiere, l'altra sera ci siamo guardati love actually.

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ma che razza di stronzata!

lunedì 28 ottobre 2013

la grande sòla

(viene da qui)



come ha detto qualcuno da qualche parte, l'arte serve a porre domande, non a dare risposte; in questo senso, la grande bellezza è sicuramente un film d'arte perché, da quando siamo usciti dal cinema e fino al giorno dopo, simonetta ed io non abbiamo fatto che cercar di dare le risposte a tutti gli interrogativi con cui siamo rimasti al termine della visione.

la prima impressione è stata che sorrentino si sia proposto da solo una quindicina di tracce di temi da svolgere, con solo due ore di tempo per farlo: tanti gli argomenti, gli spunti, le suggestioni, ma niente che arrivi mai a compimento: personaggi la cui personalità rimane appena abbozzata, episodi che godono di ampia sottolineatura e che rimangono invece avulsi dal resto della storia (quale storia?), inizi che non trovano mai svolgimento, tanto meno fine.

molti i richiami a fellini, ma più come citazione accademica (la giraffa!) che come similitudine di atteggiamento: fellini contemplava la stessa roma cafona di sorrentino, cinquant'anni prima, ma con occhio più ammirato e meno smaliziato. in fin dei conti, fellini poteva dire che la dolce vita l'aveva solo descritta, mentre ho l'impressione che sorrentino ne sia (stato) più coinvolto - e fellini ha sempre conservato un atteggiamento provinciale, nel senso di non-mondano, nel guardare le cose del mondo.

del resto, roma ha sempre costituito un miraggio per chiunque provenisse da fuori: possiede il fascino della metropoli, della città dove succede sempre qualcosa - e chissà cosa succederà mai, a roma, che non possa succedere anche in provincia? forse solo le stesse cose, ma su scala metropolitana, appunto. il protagonista del film, jep gambardella (il solito, enorme toni servillo) non sfugge a questo equivoco, e giunge a roma animato dall'ambizioso intento di diventarne protagonista, salvo invece trovarsi ad esserne fagocitato.

lo troviamo quarant'anni dopo il suo arrivo in città, sessantacinquenne, nel giorno del suo compleanno, al centro di una festa triviale e sguaiata, attorniato da esempi di disfacimento, più che di decadenza: su tutti, una serena grandi che accetta di fare la parodia di se stessa (ma un po' tutto il film è un continuo entrare e uscire dai personaggi: la ferilli che non si arrende al tempo che passa e a 42 anni (tte piacess'!!) fa ancora la spogliarellista, antonello venditti nel ruolo di se stesso...), smisuratamente ingrassata e devastata dalla chirurgia (in)estetica, addirittura colta nell'atto di farsi un paio di strisce, reato per cui rischiò anche la galera (fu prosciolta). mondano in maniera riluttante, ma solo in apparenza: in realtà ben cosciente della propria e della altrui inconsistenza e incapacità di incidere sul mondo reale, che appare talmente distante dall'alta borghesia intellettual-radical chic qui rappresentata da non comparire affatto, nemmeno inquadrato per sbaglio. forse scosso da alcune morti che gli avvengono vicinissime, senza peraltro sfiorarlo, comincia a porsi domande sul senso della vita e della sua esistenza in particolare, a cui non sa rispondere da solo e nemmeno trova modelli convincenti a cui domandare, finché non incontra la suora missionaria 104enne (la santa) che dorme per terra e mangia solo radici, che aveva apprezzato il libro (unico) di esordio di gambardella e che gli domanda per quale motivo non avesse più scritto altro, nonostante l'inizio sfolgorante. jep risponde di aver sempre cercato la grande bellezza, ma di non averla mai trovata; la suora replica con una frase a effetto che, a quanto pare, qualche effetto lo sortisce e gambardella (ri)parte per un viaggio alla ricerca del sé, se non del tempo, perduto.

la parola più ricorrente nei dialoghi del film è delusione, con i suoi derivati deluso, deludente, e non credo sia un caso; è deluso di se stesso gambardella, che era nato per - anzi, condannato a - la sensibilità, come dice di se stesso all'inizio del film, ma si ritrova, decenni dopo, insoddisfatto e inaridito, per aver scambiato le sue potenzialità di scrittore con il piatto di lenticchie della mondanità; è deluso romano, il personaggio di carlo verdone, perché forse sperava di veder amplificate nella grande città le sue (scarse) potenzialità di autore, potendo raggiungere un pubblico più ampio e forse meno superficiale, ma deve arrendersi all'evidenza che amplificare la mediocrità significa solo rendere più rumoroso il proprio fallimento, eccetera. ma sono deludenti alcuni stessi elementi del film: ramona, il personaggio di sabrina ferilli, che come sempre non sa parlare romano - ma in questo caso sorge il dubbio che il perfido sorrentino lo sappia bene e ne approfitti per i suoi scopi - e che sembra affacciarsi alla trama del film per diventare salvifico, con la sua apparente, ingenua purezza, risulta in realtà di spessore pressoché nullo e nemmeno la morte gli conferisce dignità; il consolabile vedovo della ragazza, poi donna, che in realtà per tutta la vita ha amato solo gambardella, va ad informare il medesimo della morte di lei e di questa sua ossessione: lo ha letto nel diario di lei, che forse potrebbe contenere qualche risposta, ma lo stolto lo ha distrutto, e nonostante avesse dichiarato, in gramaglie, che avrebbe vissuto nell'adorazione eterna dell'amata che non lo corrispondeva, in realtà ben presto cerca di rifarsi una vita (qualsiasi) con una donna dell'est molto più giovane di lui (e qui il cliché è consentito); la frase della suora 104enne: lo sa perché mangio radici? perché le radici sono importanti è forse la frase più banalmente retorica che si poteva mettere in bocca a un qualsiasi personaggio: in bocca a quello che dovrebbe suggerire al protagonista una svolta verso un recupero etico, fa semplicemente cadere le braccia; la stessa "svolta" non sta in piedi e non ha alcun senso reale: cosa spera di trovare gambardella tra le pietre del suo paesello di origine che non si porti già dentro di sé? se hai smarrito il senso della grande bellezza che dici di non aver mai trovato, è perché non l'hai cercata; ma perfino la recitazione di alcuni, compreso lo splendido protagonista, sembra perdere smalto via via che il film procede. e man mano che analizzavamo insieme tutti questi elementi del film, cercandone il possibile senso, mi sono sempre di più convinto che tutto questo non fosse casuale.


io credo, penso, spero, auspico che sorrentino abbia fatto un film deliberatamente deludente: che abbia impiantato questa enorme messinscena non per dare un suo punto di vista moralista e moralizzatore rispetto a uno stile di vita vacuo, che peraltro da sempre si autocondanna, ma per dare modo a ciascuno (che ne sia in grado) di riflettere su se stesso e sulla propria esistenza, in modo da accorgersi della bellezza che ci si trova davanti agli occhi - magari cambiando semplicemente punto di vista. e d'altra parte, la prima chiave di lettura sorrentino ce la fornisce all'inizio del film, con la citazione di céline che viene mostrata in apertura: viaggiare è molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni (guardacaso) e pene. il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza. come anche dire che se perdi immaginazione, perdi forza. la giraffa è palesemente finta, realizzata in cgi: ma d'altra parte è un trucco e non è mai stata lì - ma basta esserne consapevoli per ribaltare la prospettiva: il trucco, il tranello, non è la sparizione della giraffa, ma credere che la giraffa esista. un'altra chiave di lettura, a mio parere, è il personaggio del custode delle chiavi dei più bei palazzi romani, dove la bellezza viene disvelata in tutto il suo splendore, senza infingimenti né orpelli: quando ramona gli chiede: "come mai hai tutte queste chiavi?" lui risponde: "perché sono un tipo affidabile". come dire che la vera bellezza va affidata solo alle mani di chi la sappia rispettare e conservare.

infine, al cinema è successa una cosa curiosa: quasi tutti gli spettatori sono rimasti fino a che non è scomparso l'ultimo dei titoli di coda, che scorrevano sopra le immagini di una roma che si risveglia all'alba, vista da un battello sul tevere, in una luce che quasi ti faceva sentire il profumo dell'aria del mattino: la bellezza è là dove è sempre stata, basta solo guardarla da un altro angolo, in un momento in cui non siamo immersi nelle nostre meschinità quotidiane.

lieve apologo sull'amore universale



niente, andate a vederlo e godete.

lunedì 21 ottobre 2013

lunedì 16 settembre 2013

pensierino del mattino

ogni tanto, vado a vedere le statistiche del blogghe, così, tanto per.

lo leggiamo in cinque o sei, né la cosa mi sorprende: oggettivamente, è un blog così poco interessante che non attirerebbe nemmeno i polemisti un tanto al chilo, quelli che non aspettano altro che una critica al trapianto di capelli di berlusconi per lanciarsi in un e allora le foibe?

quel che mi stupisce e un po' mi lusinga è che, nonostante la sostanziale insipienza degli argomenti trattati, qualcuno dimostra una determinazione a seguire il blog degna di miglior causa: qualcuno che giurava e spergiurava che di me non avrebbe mai più voluto sentir parlare, tanto che una volta che gli serviva un'informazione me la mandò a chiedere da un amico comune. quanto a numero di visite, si piazza al terzo posto, subito dietro al gestore del blog e alla di lui fidanzata, con un vantaggio siderale sul quarto.

fino a un po' di tempo fa, gli faceva compagnia un altro. pure quello, a parole, doveva eliminarmi dal suo orizzonte, ma evidentemente proprio non ce la faceva a farcela. a quanto pare però, alla fine ce l'ha fatta, tant'è che non compare più. eppure, è storia più recente.

quando si dice: non riuscire a farsene una ragione.

welcome to terni

esco dal raccordo, entro in città. strada a quattro corsie, mi tengo sulla sinistra, ché alla prima rotatoria esco solo alla seconda. sorpasso signora su citroen saxo blu, arrivo alla rotatoria, rallento ché ho due macchine davanti più lente e che continuano la rotatoria, la saxo mi supera a destra e mi taglia la strada.

proseguo, la strada è ancora a due corsie nel mio senso di marcia, la saxo davanti e sta a sinistra, io a destra ché alla rotatoria esco alla prima. per fortuna mi tengo a distanza, perché all'ultimo la signora svolta repentinamente tutto a destra ed esce dalla rotatoria.

poco più avanti, la saxo brucia lo stop provocando l'ira dell'autista del suv che sopraggiungeva, quindi, nella strada a due corsie a senso unico, prosegue la marcia sulla corsia di destra. giunta allo stop... avete indovinato: svolta a sinistra.

perché certa gente non incontra mai un carro armato contromano?

lunedì 2 settembre 2013

nessuno stupore

c'era una volta il partito comunista italiano. qualcuno era d'accordo con la linea politica del segretario, altri no; all'interno, alcuni lo giudicavano troppo di destra, altri troppo di sinistra. c'era però una cosa su cui tutti erano d'accordo: l'organizzazione del pci era imbattibile, su qualunque fronte. dalla distribuzione dei panini con la porchetta per la festa dell'unità alla formazione dei quadri dirigenti del partito, passando per l'organizzazione del servizio d'ordine alla manifestazione, sui compagni ci potevi contare: tutto funzionava come un orologio svizzero.

oggi c'è il pd, e tutto va così:

"clicco qui" e questo è quel che succede:


ha ragione gilioli.



venerdì 30 agosto 2013

una modesta proposta

fratelli d'italia, diciamolo, ha fatto il suo tempo. un inno nazionale - ma anche quello di una squadra di calcio - deve avere certe caratteristiche: musica e testo devono rappresentare con fedeltà l'idea di sé che si vuole comunicare. per esempio, la grandeur francese si intuisce fin dalle prime note de la marseillaise; l'ottusa pomposità epica degli americani è tutta nelle note di the star-spangled banner; ogni svedese porta nel cuore l'amore per la sua pacifica terra quando intona du gamla, du fria. e gli italiani? ma chi più si può riconoscere in un inno politico nato sull'onda del bellicoso entusiasmo risorgimentale, oggi che l'unità d'italia è poco più che una barzelletta e ci prendono per il culo a sangue senza che a nessuno venga in mente anche solo di alzare una mano per dire "non son mica tanto d'accordo"?

cambiamolo.

e siccome non sono del tutto senza speranza, voglio immaginare un'italia (o quel che sarà) i cui cittadini si mettono finalmente all'opera per una forma di riscossa, fosse anche non violenta, ma che porti con sé il gesto, lo stigma che indica a tutti da che parte stanno i giusti e da quale gli empi: di qua noi, che lavoriamo con serietà e competenza per il bene comune; di là gli esecrandi, che pensano solo al benessere personale e fanno solo danni.

e, in faccia, il marchio dell'esecrazione. tutti in piedi e mano sul cuore:


giovedì 29 agosto 2013

e vedi che non son da solo

come al solito, gramellini sintetizza meglio di me le cose che penso. se si confronta col post precedente, è la stessa cosa detta con altre parole:

Chi vive in una grande città fatica a comprendere perché Saluzzo sia così restia a prendere le distanze dal professore di italiano che le intercettazioni ambientali inchiodano al ruolo abietto di prevaricatore sessuale di allieve minorenni e plagiate. Vero è che a Rignano andò in scena il fenomeno opposto e il paese fece il vuoto intorno alle maestre accusate ingiustamente di avere molestato i bambini a loro affidati. Ma lì la denuncia partiva dalle madri: la comunità era parte attiva del dramma, addirittura causa scatenante.
Qui invece l’attacco arriva dall’esterno e colpisce la star locale, l’insegnante carismatico che ha cucinato le prelibatezze di Dante a generazioni di studenti. La prima reazione della comunità è allora la chiusura: di sicuro sarà un complotto, una persona tanto brava e perbene, proprio qui dovevate venire a fabbricarvi il mostro, magistrati e giornalisti della malora?
E’ probabile che questo umore assolutorio, o comunque minimizzante, si tramuterà in rabbia giustizialista al processo, non appena i particolari dei consessi erotici diventeranno di dominio pubblico. Ma per ora il pregiudizio popolare sta con l’imputato, in base all’assunto che una persona simpatica e di successo non può essere capace di turpitudini (accade anche in politica, quando un leader molto votato viene accusato di reati infamanti). E ad alimentare questo pregiudizio interviene l’istinto auto-assolutorio della comunità, vivisezionato in centinaia di romanzi: riconoscere di avere vissuto accanto al male significherebbe infatti ammettere di non averlo saputo vedere.

(viene da qui)

lunedì 26 agosto 2013

piccoli berlusconi cresceranno

ora, c'è ancora qualcuno che si fa convincere dalla propaganda di alcuni servi e lacché ed è convinto che silvio berlusconi sia perseguitato dai magistrati comunisti che vogliono ribaltare giudizialmente le libere elezioni e pertanto cercano di toglierlo di mezzo per via giudiziaria, appunto, visto che con le elezioni non ci si riesce. il fatto è che certe cose son come la scienza: funzionano anche se non ci credi, e berlusconi è stato condannato per aver frodato il fisco, e non per essere stato un cattivo governante.

ma vediamo un attimo un paio di dettagli: berlusconi lascia tutte le cariche societarie (mediaset, fininvest, publitalia e chitemmuort') nel 1993, ma se credete che uno che nella sua vita ha pensato solo a far soldi improvvisamente smetta di occuparsene, siete perlomeno ingenui. berlusconi, ovviamente, ha continuato a seguire personalmente tutte le vicende finanziarie che lo riguardavano, affidando la presidenza delle società a lui precedentemente intestate a dei prestanome. nella fattispecie del processo mediaset, la cui sentenza è definitiva, berlusconi, tramite i suoi prestanome, ha comprato i diritti televisivi di alcuni film statunitensi e poi ha continuato a rivendere e ricomprare gli stessi film alle sue stesse società, alzandone il prezzo ad ogni compravendita. la differenza tra il prezzo reale e quello gonfiato veniva intascata dalle società, che hanno sede all'estero e quindi non risultano soggette al fisco italiano. in questo modo, ha totalizzato un'evasione fiscale di

7,3 milioni di euro.

nondimeno, il paese è per l'ennesima volta paralizzato perché bisogna salvare il culo a berlusconi ed evitare che vada in galera (che poi alla peggio andrebbe ai domiciliari) e soprattutto che decada dalla carica di senatore. cioè, in altre parole, bisogna consentire di continuare a far politica, e possibilmente far fare di nuovo il presidente del consiglio, a una persona che ha sottratto

7,3 milioni di euro

a quello stesso stato che ha "governato". questo è qualcosa di più che mettere la volpe a guardia del pollaio: vorrebbero dare a uno stupratore seriale le chiavi del collegio femminile e, tanto perché non si affatichi troppo, anche una boccetta di cloroformio.

quello che mi lascia senza fiato, senza forze, letteralmente annichilito, è l'indulgenza che viene mostrata verso il pregiudicato berlusconi: non siamo più nel campo delle opinioni e tanto meno delle illazioni; c'è una sentenza di ultimo grado (cassazione) che lo condanna e quindi è stato provato oltre ogni ragionevole dubbio che silvio berlusconi è colpevole dei reati che gli vengono contestati, eppure c'è ancora chi lo difende e grida al complotto ovvero invoca strane forme di giustizia popolare che si dovrebbe sostituire a quella ordinaria (televoto?). e non sto parlando dei vari cicchitto gasparri e santanchè, ma di gente comune che in sostanza difende il suo stesso aguzzino. è, o dovrebbe essere, infatti noto che se vengono sottratti soldi allo stato a causa dell'evasione fiscale, i servizi pubblici (trasporti, scuola, sanità...) ne risentono in negativo. ovviamente, quelli che difendono i piccoli e grandi evasori sono poi gli stessi che si lamentano che i servizi non funzionano, ma questo è un altro discorso. o forse no.

il problema è, appunto, l'indulgenza. facciamo un esempio che apparentemente non c'entra una sega: è giunta notizia che, nella quieta rockridge città dove abitano la mia ex moglie e i miei figli, un quindicenne di buona famiglia e senza problemi economici, boy scout eccetera, è stato preso con tre grammi e mezzo di fumo, fumo che non era destinato al consumo personale. che c'è di strano, diranno i miei piccoli amici? il fatto è che non mi stupisce tanto il fatto che un quindicenne venga irretito dal miraggio di un facile guadagno, che gli sarà stato sicuramente proposto come un affaruccio da niente in cui nessuno si faceva male, quanto il coro di gente normale che, in virtù della buonafamiglità del reo confesso, è già pronta a difenderlo dicendo "è ingenuo". ingenuo stocazzo, abbiate pazienza: è abbastanza sgamato da conoscere qualche spaccino, gente che notoriamente non è proprio un fulgido esempio di preclare virtù; io, che non sono esattamente uno stinco di santo, la prima canna me la son fatta a sedici anni e so 'na sega io da dove veniva il fumo, da chi l'avessero preso gli amici che me l'han passata, né lo volevo sapere. e non per paura dell'ignoto, ma anzi proprio perché sapevo che lo spaccio di droga è in mano alla malavita organizzata e quelli è meglio perderli che trovarli. e parliamo degli anni '70, non c'era internet e la televisione (due canali in totale) era saldamente in mano alla democrazia cristiana = ai preti. eppure certe cose si sapevano; oggi, quindi, nessuno può dirsi ingenuo, non senza suscitare ilarità.

però c'è chi è pronto a difendere lo stesso il coglione che pensava di fare soldi facili alle spalle di... chi? di loro stessi, esatto, perché a chi pensate che l'ingenuo quindicenne avrebbe venduto il suo fumo, se non ai suoi amici, a quelli che frequenta di solito e i cui genitori adesso lo difendono come se fosse lui la vittima?

gente così, i piccoli e grandi berlusconi se li meritano fino all'ultima goccia. il problema è che votano come uno sano di mente, e berlusconi e berluschini son toccati e continuano a toccare anche a me.

L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto.

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, 1962