succede spesso, con spike jonze: mette così tanta carne al fuoco che ogni tanto ti si ripresenta qualche scena (un po' come i peperoni) e le dai un significato diverso, oppure ne capisci meglio il senso.
intanto, gli attori. per me, che vado ancora al cinema come ci andavo da ragazzo, vale a dire disposto a credere alla veridicità di ogni cosa che mi viene raccontata solo perché proviene da un grande schermo luccicante, accorgermi - per esempio - che quella amy è sempre la sidney prosser di american hustle, ma anche la charlene fleming di the fighter è sempre una caduta dal pero. ma anche questo succede spesso, con spike jonze, che gli attori te li macina un po' come meglio preferisce e te li restituisce sotto forma di hamburger o di t-bone steak, dipende.
joaquin phoenix, invece, l'ho riconosciuto subito, anche se rimango sempre meravigliato che quello là che faceva l'imperatore commodo ha fatto pure freddie quell e adesso questo theodore twombly che dove se lo sarà trovato, dentro di sé? però è un fatto che lo ha trovato e lo ha indossato come i suoi vestiti di tutti i giorni (nella speranza che mò non tornino di moda i pantaloni ascellari).
ho dato del figlio di puttana a jonze durante la scena di sesso tra theodore e samantha. se pochi minuti prima mi aveva fatto sbellicare col gatto morto con cui la gattina sexy doveva essere soffocata, dopo mi ha mandato in un momento di pura estasi estetica.
ATTENZIONE SPOILER: la scena di sesso non c'è. non si vede un'improvvisa incarnazione di scarlett johansson, non si vedono immagini come quelle che theodore evocava mentre la gattina lo stuzzicava in audiochat e non si vede phoenix che si sbatacchia la nerchia, non si vedono nemmeno api fiori o farfalle, non si vede niente. lo schermo diventa nero e si sentono solo le voci dei due che si caricano vicendevolmente, fino ad avere un orgasmo.
mi è sembrato come se dicesse: "vi sparo tanta di quella pornografia dei sentimenti che quella del sesso virtuale ve la risparmio - tanto, non è di questo che stiamo parlando". oppure voleva significare che la prima volta che due, destinati a innamorarsi, fanno sesso è una cosa talmente totalizzante che noi spettatori, pur consapevoli della finzione, ne siamo necessariamente tagliati fuori.
jonze, che quasi ogni immagine la infarcisce di simboli e riferimenti, dissolve in nero, per tornare a mostrare lo skyline notturno di los angeles solo a cose fatte.
figlio di puttana. hat tip. e un gran bel film, dove ognuno potrà trovare raccontato un po' di sé, o di qualcuno che conosce, anche se a tratti jonze dà l'impressione di essere troppo ottimista sull'intelligenza media del suo spettatore. o forse non è mai stato in italia.
martedì 18 marzo 2014
mercoledì 12 marzo 2014
dafuq with mymovies?
ieri sera sono andato a vedere snowpiercer. per guardarlo, mi son perso in tv, sull'unico canale che si vede ancora a casa mia, urlo: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
vabbè, non mi aspettavo di vedere un capolavoro, ma nemmeno una cagata pazzesca, per dirla alla fantozzi. e invece: la seconda che ho detto. una trama che definire esile è ancora poco, personaggi tagliati con l'accetta, una sceneggiatura così prevedibile che al confronto, se vai a vedere una qualsiasi fedele trasposizione del vangelo, quasi quasi ti aspetti il colpo di scena.
e che dire del finale? ve lo spoilero, tanto è uguale. allora: c'è stata una improvvisa glaciazione causata da qualche governante disattento. ogni forma di vita scompare dalla terra e la scarsa umanità superstite viaggia perpetuamente su un treno da diciotto (diciotto) anni. tale umanità, indovinate? esatto, è divisa in classi sociali, laddove, indovinate? quelle agiate viaggiano in testa e quelle svantaggiate in coda e pertanto, indovinate? esatto, a qualcuno vien voglia di sovvertire l'ordine e indovinate? esatto, il leader della rivolta alla fine rimane da solo e fa il suo duello all'alba col principe dei cattivi, che fino ad allora non si era visto mai. insomma ve la faccio breve: esplode una bomba, il treno (che sarà stato lungo un chilometro) deraglia, gran parte dei vagoni finisce in burroni e precipizi e gli unici due di cui viene certificata la sopravvivenza sono una ragazzina diciassettenne e un bambino cinquenne.
che avvistano un orso polare.
fine del film.
(ci risparmiano l'orrore di vederli sbranati dal più grosso carnivoro terrestre).
ma non è tanto questo quel che mi fa specie di tutta la storia, quanto la recensione che ne ho trovato su mymovies. cito:
a parte che manca una virgola dopo finale, qualcuno mi dice dove il sig. bertolin ha visto il raggio di speranza? anche se sfuggissero all'orso polare, quei due morirebbero o di freddo o di fame, visto che son nati e sempre vissuti sul treno e non hanno mai saputo come procacciarsi il cibo. e, già che ci siamo, mi dite anche dove sta la profonda riflessione filosofica? nelle battute coglione del cattivo che propugna la divisione in classi e la guerra sola igiene del mondo come la versione contemporanea della selezione naturale? o nella mancata cristologia del buono-ex-cattivo-redento che voleva sacrificare un pezzo di sé per la sopravvivenza del gruppo - ma poi non ce l'ha fatta - ma nel finale si riscatta lasciando un braccio negli ingranaggi pur di salvare il bambino? la sapida ironia poi, non pervenuta.
ma non è finita:
a parte che si intitola soltanto matrix... bertolin, cambia spaccino: quella robba nunn'è bbona.
guardatevi il trailer: manca il finale, ma quello ve l'ho raccontato io; il resto del film c'è tutto, vi risparmiate i soldi e due ore di appesantimento testicolare.
vabbè, non mi aspettavo di vedere un capolavoro, ma nemmeno una cagata pazzesca, per dirla alla fantozzi. e invece: la seconda che ho detto. una trama che definire esile è ancora poco, personaggi tagliati con l'accetta, una sceneggiatura così prevedibile che al confronto, se vai a vedere una qualsiasi fedele trasposizione del vangelo, quasi quasi ti aspetti il colpo di scena.
e che dire del finale? ve lo spoilero, tanto è uguale. allora: c'è stata una improvvisa glaciazione causata da qualche governante disattento. ogni forma di vita scompare dalla terra e la scarsa umanità superstite viaggia perpetuamente su un treno da diciotto (diciotto) anni. tale umanità, indovinate? esatto, è divisa in classi sociali, laddove, indovinate? quelle agiate viaggiano in testa e quelle svantaggiate in coda e pertanto, indovinate? esatto, a qualcuno vien voglia di sovvertire l'ordine e indovinate? esatto, il leader della rivolta alla fine rimane da solo e fa il suo duello all'alba col principe dei cattivi, che fino ad allora non si era visto mai. insomma ve la faccio breve: esplode una bomba, il treno (che sarà stato lungo un chilometro) deraglia, gran parte dei vagoni finisce in burroni e precipizi e gli unici due di cui viene certificata la sopravvivenza sono una ragazzina diciassettenne e un bambino cinquenne.
che avvistano un orso polare.
fine del film.
(ci risparmiano l'orrore di vederli sbranati dal più grosso carnivoro terrestre).
ma non è tanto questo quel che mi fa specie di tutta la storia, quanto la recensione che ne ho trovato su mymovies. cito:
una profonda riflessione filosofica sulla natura dell'uomo e le sorti dell'umanità, cupa e inquietante, disperata e appropriatamente raggelante, ma al contempo venata di sapida ironia e aperta, nel finale ad un abbacinante raggio di speranza.
a parte che manca una virgola dopo finale, qualcuno mi dice dove il sig. bertolin ha visto il raggio di speranza? anche se sfuggissero all'orso polare, quei due morirebbero o di freddo o di fame, visto che son nati e sempre vissuti sul treno e non hanno mai saputo come procacciarsi il cibo. e, già che ci siamo, mi dite anche dove sta la profonda riflessione filosofica? nelle battute coglione del cattivo che propugna la divisione in classi e la guerra sola igiene del mondo come la versione contemporanea della selezione naturale? o nella mancata cristologia del buono-ex-cattivo-redento che voleva sacrificare un pezzo di sé per la sopravvivenza del gruppo - ma poi non ce l'ha fatta - ma nel finale si riscatta lasciando un braccio negli ingranaggi pur di salvare il bambino? la sapida ironia poi, non pervenuta.
ma non è finita:
Siamo insomma di fronte ad un cinema profetico che nell'immediato molti probabilmente rifiuteranno, ma che lascerà il segno, come negli ultimi decenni Blade Runner, Brazil, Strange Days o The Matrix.
a parte che si intitola soltanto matrix... bertolin, cambia spaccino: quella robba nunn'è bbona.
guardatevi il trailer: manca il finale, ma quello ve l'ho raccontato io; il resto del film c'è tutto, vi risparmiate i soldi e due ore di appesantimento testicolare.
)
mercoledì 15 gennaio 2014
contestualizziamo
selma è una che racchiude in sé tutte le possibili sfighe del mondo: immigrata negli usa da un paese dell'est europa, ragazza madre, operaia in una fabbrica che manco chaplin di tempi moderni, affetta da una malattia degenerativa che la renderà presto cieca e consapevole che ha trasmesso la sua malattia al figlio. manca uno o due genitori con il vizio della siringa e il quadro sarebbe completo, ma visto che si parla solo di un padre inventato, non è improbabile che sia così.
selma però sa che la malattia può essere curata, se si viene operati nell'adolescenza, con un costoso intervento. per questo lavora come un somaro, sottoponendosi anche a turni di notte e lavoro a domicilio alienante, per risparmiare i soldi per l'operazione del figlio.
il suo unico rifugio sono i sogni ad occhi aperti, nei quali cade spesso anche durante il lavoro, quasi ipnotizzata dai ritmi dei macchinari della fabbrica, e i musical, perché nei musical non succede mai niente di spiacevole e c'è sempre qualcuno che ti acchiappa, quando cadi. l'unione delle due consolazioni le è sostanzialmente fatale, perché si distrae, causa un danno al macchinario e viene licenziata.
come soprammercato per cotante sfighe combinate, viene tradita da quello che pensava fosse suo amico, il poliziotto e padrone di casa che, per continuare a mantenere il tenore di vita a cui ha abituato la moglie, ruba a selma tutti i sudati risparmi, peraltro dopo aver carpito la sua fiducia: infatti si erano vicendevolmente confidati un segreto: lui, che stava mentendo alla moglie sulla consistenza del proprio patrimonio e lei del fatto che i soldi guadagnati in più non venivano mandati in patria al padre, ma risparmiati per un ben più nobile scopo.
selma cerca di riprendersi i suoi soldi, ma il poliziotto sa che senza quelli dovrebbe confessare alla moglie di averle mentito, quindi preferisce provocare selma minacciandola con la pistola. ne segue una colluttazione, al termine della quale il poliziotto rimane ferito e, piuttosto che andare incontro alle proprie responsabilità, istiga selma a finirlo addirittura. al processo che segue, selma, piuttosto che tradire la promessa di mantenere il segreto, rimane vittima delle proprie incongruenze e bugie, così che l'accusa ha gioco facile nel dimostrare la sua colpevolezza. rinuncia anche ad avere una difesa più efficace, perché dovrebbe spendere i soldi dei risparmi. viene quindi condannata a morte. un attimo prima dell'esecuzione, l'amica di sempre le rivela che il figlio è stato operato e non diventerà cieco.
si potrebbe aprire il dibattito sull'abitudine di von trier di infilare nei suoi film una figura di agnus dei qui tollit peccata mundi, qualcuno che prende su di sé le conseguenze delle male azioni di chiunque e si sacrifica anche per gli ingiusti (vedi anche le onde del destino e dogville), ma un dibattito fatto da me soltanto è un po' monco, e pertanto passiamo direttamente al motivo di questo post, che è quello di farvi ascoltare una canzone, contestualizzandola, appunto.
i've seen it all è una delle cose più tristi che si possano sentire: parla del senso della rinuncia, dell'accettazione di un destino avverso e terribile, se questo può servire alla salvezza di qualcun altro. nel film, bjork duetta con peter stormare, che recita la parte dello spasimante di poco spessore e senza speranza molto meglio di come canta, per cui, nel cd della colonna sonora, bjork ha scelto di duettare con thom yorke, a volte anche scambiandosi anche le parti rispetto all'interpretazione del film. è potente il senso di ineluttabilità che permea ogni singolo verso della canzone, che rende inutile ogni resistenza contro il destino cinico e baro. e se non piangete con questa, specie se così contestualizzata, davvero avete il cuore di pietra.
selma però sa che la malattia può essere curata, se si viene operati nell'adolescenza, con un costoso intervento. per questo lavora come un somaro, sottoponendosi anche a turni di notte e lavoro a domicilio alienante, per risparmiare i soldi per l'operazione del figlio.
il suo unico rifugio sono i sogni ad occhi aperti, nei quali cade spesso anche durante il lavoro, quasi ipnotizzata dai ritmi dei macchinari della fabbrica, e i musical, perché nei musical non succede mai niente di spiacevole e c'è sempre qualcuno che ti acchiappa, quando cadi. l'unione delle due consolazioni le è sostanzialmente fatale, perché si distrae, causa un danno al macchinario e viene licenziata.
come soprammercato per cotante sfighe combinate, viene tradita da quello che pensava fosse suo amico, il poliziotto e padrone di casa che, per continuare a mantenere il tenore di vita a cui ha abituato la moglie, ruba a selma tutti i sudati risparmi, peraltro dopo aver carpito la sua fiducia: infatti si erano vicendevolmente confidati un segreto: lui, che stava mentendo alla moglie sulla consistenza del proprio patrimonio e lei del fatto che i soldi guadagnati in più non venivano mandati in patria al padre, ma risparmiati per un ben più nobile scopo.
selma cerca di riprendersi i suoi soldi, ma il poliziotto sa che senza quelli dovrebbe confessare alla moglie di averle mentito, quindi preferisce provocare selma minacciandola con la pistola. ne segue una colluttazione, al termine della quale il poliziotto rimane ferito e, piuttosto che andare incontro alle proprie responsabilità, istiga selma a finirlo addirittura. al processo che segue, selma, piuttosto che tradire la promessa di mantenere il segreto, rimane vittima delle proprie incongruenze e bugie, così che l'accusa ha gioco facile nel dimostrare la sua colpevolezza. rinuncia anche ad avere una difesa più efficace, perché dovrebbe spendere i soldi dei risparmi. viene quindi condannata a morte. un attimo prima dell'esecuzione, l'amica di sempre le rivela che il figlio è stato operato e non diventerà cieco.
si potrebbe aprire il dibattito sull'abitudine di von trier di infilare nei suoi film una figura di agnus dei qui tollit peccata mundi, qualcuno che prende su di sé le conseguenze delle male azioni di chiunque e si sacrifica anche per gli ingiusti (vedi anche le onde del destino e dogville), ma un dibattito fatto da me soltanto è un po' monco, e pertanto passiamo direttamente al motivo di questo post, che è quello di farvi ascoltare una canzone, contestualizzandola, appunto.
i've seen it all è una delle cose più tristi che si possano sentire: parla del senso della rinuncia, dell'accettazione di un destino avverso e terribile, se questo può servire alla salvezza di qualcun altro. nel film, bjork duetta con peter stormare, che recita la parte dello spasimante di poco spessore e senza speranza molto meglio di come canta, per cui, nel cd della colonna sonora, bjork ha scelto di duettare con thom yorke, a volte anche scambiandosi anche le parti rispetto all'interpretazione del film. è potente il senso di ineluttabilità che permea ogni singolo verso della canzone, che rende inutile ogni resistenza contro il destino cinico e baro. e se non piangete con questa, specie se così contestualizzata, davvero avete il cuore di pietra.
martedì 31 dicembre 2013
duas palavras
(in portoghese, ché l'unica cosa che mi è piaciuta è sentirlo parlare)
cedendo ai luoghi comuni e irretiti da alcune critiche lusinghiere, l'altra sera ci siamo guardati love actually.
...
...
...
...
ma che razza di stronzata!
cedendo ai luoghi comuni e irretiti da alcune critiche lusinghiere, l'altra sera ci siamo guardati love actually.
...
...
...
...
ma che razza di stronzata!
lunedì 28 ottobre 2013
la grande sòla
(viene da qui)
infine, al cinema è successa una cosa curiosa: quasi tutti gli
spettatori sono rimasti fino a che non è scomparso l'ultimo dei titoli di coda,
che scorrevano sopra le immagini di una roma che si risveglia all'alba, vista
da un battello sul tevere, in una luce che quasi ti faceva sentire il profumo
dell'aria del mattino: la bellezza è là dove è sempre stata, basta solo
guardarla da un altro angolo, in un momento in cui non siamo immersi nelle nostre
meschinità quotidiane.
come ha detto qualcuno da qualche parte, l'arte serve a
porre domande, non a dare risposte; in questo senso, la grande bellezza è
sicuramente un film d'arte perché, da quando siamo usciti dal cinema e fino al
giorno dopo, simonetta ed io non abbiamo fatto che cercar di dare le risposte a
tutti gli interrogativi con cui siamo rimasti al termine della visione.
la prima impressione è stata che sorrentino si sia proposto
da solo una quindicina di tracce di temi da svolgere, con solo due ore di tempo
per farlo: tanti gli argomenti, gli spunti, le suggestioni, ma niente che
arrivi mai a compimento: personaggi la cui personalità rimane appena abbozzata,
episodi che godono di ampia sottolineatura e che rimangono invece avulsi dal
resto della storia (quale storia?), inizi che non trovano mai svolgimento,
tanto meno fine.
molti i richiami a fellini, ma più come citazione accademica
(la giraffa!) che come similitudine di atteggiamento: fellini contemplava la
stessa roma cafona di sorrentino, cinquant'anni prima, ma con occhio più
ammirato e meno smaliziato. in fin dei conti, fellini poteva dire che la dolce
vita l'aveva solo descritta, mentre ho l'impressione che sorrentino ne sia
(stato) più coinvolto - e fellini ha sempre conservato un atteggiamento
provinciale, nel senso di non-mondano, nel guardare le cose del mondo.
del resto, roma ha sempre costituito un miraggio per
chiunque provenisse da fuori: possiede il fascino della metropoli, della città
dove succede sempre qualcosa - e chissà cosa succederà mai, a roma, che non
possa succedere anche in provincia? forse solo le stesse cose, ma su scala
metropolitana, appunto. il protagonista del film, jep gambardella (il solito,
enorme toni servillo) non sfugge a questo equivoco, e giunge a roma animato
dall'ambizioso intento di diventarne protagonista, salvo invece trovarsi ad
esserne fagocitato.
lo troviamo quarant'anni dopo il suo arrivo in città,
sessantacinquenne, nel giorno del suo compleanno, al centro di una festa
triviale e sguaiata, attorniato da esempi di disfacimento, più che di
decadenza: su tutti, una serena grandi che accetta di fare la parodia di se
stessa (ma un po' tutto il film è un continuo entrare e uscire dai personaggi:
la ferilli che non si arrende al tempo che passa e a 42 anni (tte piacess'!!)
fa ancora la spogliarellista, antonello venditti nel ruolo di se stesso...),
smisuratamente ingrassata e devastata dalla chirurgia (in)estetica, addirittura
colta nell'atto di farsi un paio di strisce, reato per cui rischiò anche la
galera (fu prosciolta). mondano in maniera riluttante, ma solo in apparenza: in
realtà ben cosciente della propria e della altrui inconsistenza e incapacità di
incidere sul mondo reale, che appare talmente distante dall'alta borghesia
intellettual-radical chic qui rappresentata da non comparire affatto, nemmeno
inquadrato per sbaglio. forse scosso da alcune morti che gli avvengono vicinissime,
senza peraltro sfiorarlo, comincia a porsi domande sul senso della vita e della
sua esistenza in particolare, a cui non sa rispondere da solo e nemmeno trova
modelli convincenti a cui domandare, finché non incontra la suora missionaria
104enne (la santa) che dorme per terra e mangia solo radici, che aveva
apprezzato il libro (unico) di esordio di gambardella e che gli domanda per
quale motivo non avesse più scritto altro, nonostante l'inizio sfolgorante. jep
risponde di aver sempre cercato la grande bellezza, ma di non averla mai
trovata; la suora replica con una frase a effetto che, a quanto pare, qualche
effetto lo sortisce e gambardella (ri)parte per un viaggio alla ricerca del sé,
se non del tempo, perduto.
la parola più ricorrente nei dialoghi del film è delusione,
con i suoi derivati deluso, deludente, e non credo sia un caso; è deluso di se
stesso gambardella, che era nato per - anzi, condannato a - la sensibilità,
come dice di se stesso all'inizio del film, ma si ritrova, decenni dopo, insoddisfatto
e inaridito, per aver scambiato le sue potenzialità di scrittore con il piatto
di lenticchie della mondanità; è deluso romano, il personaggio di carlo
verdone, perché forse sperava di veder amplificate nella grande città le sue
(scarse) potenzialità di autore, potendo raggiungere un pubblico più ampio e
forse meno superficiale, ma deve arrendersi all'evidenza che amplificare la
mediocrità significa solo rendere più rumoroso il proprio fallimento, eccetera.
ma sono deludenti alcuni stessi elementi del film: ramona, il personaggio di
sabrina ferilli, che come sempre non sa parlare romano - ma in questo caso
sorge il dubbio che il perfido sorrentino lo sappia bene e ne approfitti per i
suoi scopi - e che sembra affacciarsi alla trama del film per diventare
salvifico, con la sua apparente, ingenua purezza, risulta in realtà di spessore
pressoché nullo e nemmeno la morte gli conferisce dignità; il consolabile
vedovo della ragazza, poi donna, che in realtà per tutta la vita ha amato solo
gambardella, va ad informare il medesimo della morte di lei e di questa sua
ossessione: lo ha letto nel diario di lei, che forse potrebbe contenere qualche
risposta, ma lo stolto lo ha distrutto, e nonostante avesse dichiarato, in
gramaglie, che avrebbe vissuto nell'adorazione eterna dell'amata che non lo
corrispondeva, in realtà ben presto cerca di rifarsi una vita (qualsiasi) con
una donna dell'est molto più giovane di lui (e qui il cliché è consentito); la
frase della suora 104enne: lo sa perché mangio radici? perché le radici sono
importanti è forse la frase più banalmente retorica che si poteva mettere in
bocca a un qualsiasi personaggio: in bocca a quello che dovrebbe suggerire al
protagonista una svolta verso un recupero etico, fa semplicemente cadere le
braccia; la stessa "svolta" non sta in piedi e non ha alcun senso
reale: cosa spera di trovare gambardella tra le pietre del suo paesello di
origine che non si porti già dentro di sé? se hai smarrito il senso della
grande bellezza che dici di non aver mai trovato, è perché non l'hai cercata;
ma perfino la recitazione di alcuni, compreso lo splendido protagonista, sembra
perdere smalto via via che il film procede. e man mano che analizzavamo insieme
tutti questi elementi del film, cercandone il possibile senso, mi sono sempre
di più convinto che tutto questo non fosse casuale.
io credo, penso, spero, auspico che sorrentino abbia fatto
un film deliberatamente deludente: che abbia impiantato questa enorme
messinscena non per dare un suo punto di vista moralista e moralizzatore
rispetto a uno stile di vita vacuo, che peraltro da sempre si autocondanna, ma
per dare modo a ciascuno (che ne sia in grado) di riflettere su se stesso e
sulla propria esistenza, in modo da accorgersi della bellezza che ci si trova
davanti agli occhi - magari cambiando semplicemente punto di vista. e d'altra
parte, la prima chiave di lettura sorrentino ce la fornisce all'inizio del
film, con la citazione di céline che viene mostrata in apertura: viaggiare è
molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni
(guardacaso) e pene. il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua
forza. come anche dire che se perdi immaginazione, perdi forza. la giraffa è
palesemente finta, realizzata in cgi: ma d'altra parte è un trucco e non è mai stata
lì - ma basta esserne consapevoli per ribaltare la prospettiva: il trucco, il
tranello, non è la sparizione della giraffa, ma credere che la giraffa esista.
un'altra chiave di lettura, a mio parere, è il personaggio del custode delle
chiavi dei più bei palazzi romani, dove la bellezza viene disvelata in tutto il
suo splendore, senza infingimenti né orpelli: quando ramona gli chiede:
"come mai hai tutte queste chiavi?" lui risponde: "perché sono
un tipo affidabile". come dire che la vera bellezza va affidata solo alle
mani di chi la sappia rispettare e conservare.
lunedì 21 ottobre 2013
lunedì 16 settembre 2013
pensierino del mattino
ogni tanto, vado a vedere le statistiche del blogghe, così, tanto per.
lo leggiamo in cinque o sei, né la cosa mi sorprende: oggettivamente, è un blog così poco interessante che non attirerebbe nemmeno i polemisti un tanto al chilo, quelli che non aspettano altro che una critica al trapianto di capelli di berlusconi per lanciarsi in un e allora le foibe?
quel che mi stupisce e un po' mi lusinga è che, nonostante la sostanziale insipienza degli argomenti trattati, qualcuno dimostra una determinazione a seguire il blog degna di miglior causa: qualcuno che giurava e spergiurava che di me non avrebbe mai più voluto sentir parlare, tanto che una volta che gli serviva un'informazione me la mandò a chiedere da un amico comune. quanto a numero di visite, si piazza al terzo posto, subito dietro al gestore del blog e alla di lui fidanzata, con un vantaggio siderale sul quarto.
fino a un po' di tempo fa, gli faceva compagnia un altro. pure quello, a parole, doveva eliminarmi dal suo orizzonte, ma evidentemente proprio non ce la faceva a farcela. a quanto pare però, alla fine ce l'ha fatta, tant'è che non compare più. eppure, è storia più recente.
quando si dice: non riuscire a farsene una ragione.
lo leggiamo in cinque o sei, né la cosa mi sorprende: oggettivamente, è un blog così poco interessante che non attirerebbe nemmeno i polemisti un tanto al chilo, quelli che non aspettano altro che una critica al trapianto di capelli di berlusconi per lanciarsi in un e allora le foibe?
quel che mi stupisce e un po' mi lusinga è che, nonostante la sostanziale insipienza degli argomenti trattati, qualcuno dimostra una determinazione a seguire il blog degna di miglior causa: qualcuno che giurava e spergiurava che di me non avrebbe mai più voluto sentir parlare, tanto che una volta che gli serviva un'informazione me la mandò a chiedere da un amico comune. quanto a numero di visite, si piazza al terzo posto, subito dietro al gestore del blog e alla di lui fidanzata, con un vantaggio siderale sul quarto.
fino a un po' di tempo fa, gli faceva compagnia un altro. pure quello, a parole, doveva eliminarmi dal suo orizzonte, ma evidentemente proprio non ce la faceva a farcela. a quanto pare però, alla fine ce l'ha fatta, tant'è che non compare più. eppure, è storia più recente.
quando si dice: non riuscire a farsene una ragione.
welcome to terni
esco dal raccordo, entro in città. strada a quattro corsie, mi tengo sulla sinistra, ché alla prima rotatoria esco solo alla seconda. sorpasso signora su citroen saxo blu, arrivo alla rotatoria, rallento ché ho due macchine davanti più lente e che continuano la rotatoria, la saxo mi supera a destra e mi taglia la strada.
proseguo, la strada è ancora a due corsie nel mio senso di marcia, la saxo davanti e sta a sinistra, io a destra ché alla rotatoria esco alla prima. per fortuna mi tengo a distanza, perché all'ultimo la signora svolta repentinamente tutto a destra ed esce dalla rotatoria.
poco più avanti, la saxo brucia lo stop provocando l'ira dell'autista del suv che sopraggiungeva, quindi, nella strada a due corsie a senso unico, prosegue la marcia sulla corsia di destra. giunta allo stop... avete indovinato: svolta a sinistra.
perché certa gente non incontra mai un carro armato contromano?
proseguo, la strada è ancora a due corsie nel mio senso di marcia, la saxo davanti e sta a sinistra, io a destra ché alla rotatoria esco alla prima. per fortuna mi tengo a distanza, perché all'ultimo la signora svolta repentinamente tutto a destra ed esce dalla rotatoria.
poco più avanti, la saxo brucia lo stop provocando l'ira dell'autista del suv che sopraggiungeva, quindi, nella strada a due corsie a senso unico, prosegue la marcia sulla corsia di destra. giunta allo stop... avete indovinato: svolta a sinistra.
perché certa gente non incontra mai un carro armato contromano?
lunedì 2 settembre 2013
nessuno stupore
c'era una volta il partito comunista italiano. qualcuno era d'accordo con la linea politica del segretario, altri no; all'interno, alcuni lo giudicavano troppo di destra, altri troppo di sinistra. c'era però una cosa su cui tutti erano d'accordo: l'organizzazione del pci era imbattibile, su qualunque fronte. dalla distribuzione dei panini con la porchetta per la festa dell'unità alla formazione dei quadri dirigenti del partito, passando per l'organizzazione del servizio d'ordine alla manifestazione, sui compagni ci potevi contare: tutto funzionava come un orologio svizzero.
oggi c'è il pd, e tutto va così:
"clicco qui" e questo è quel che succede:
ha ragione gilioli.
oggi c'è il pd, e tutto va così:
"clicco qui" e questo è quel che succede:
ha ragione gilioli.
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