mercoledì 30 aprile 2014

il blog è morto, viva tumblr



non so se lo sapevate, ma scrivere nei blog non va più di moda. il blog è roba da scrittori falliti impenitenti, inguaribili logorroici incapaci di sintesi e che ancora pensano che prima o poi raccoglieranno tutte le stronzate che hanno scritto negli anni passati nel loro blog in un libro, che qualcuno glielo pubblicherà e magari qualcun altro lo leggerà pure.

lasciamo questa pia illusione a chi non ha ancora capito che ormai, in italia, metà della gente non sa leggere e l'altra metà ha scritto un libro e viviamo nel presente, che è fatto di comunicazione rapida, di bombardamento sensoriale fatto apposta per menti poco sviluppate. badate, non dico che sia un difetto: i bambini son fatti così, bruciano le informazioni rapidamente passando da un gioco a un altro in maniera repentina, spesso mescolandoli creativamente.

(poi, se proprio vogliamo, sarebbe anche il caso che, raggiunta l'età adulta, ci si soffermasse ad approfondire qualche concetto ma, visti i tempi, ci si contenta anche della semplice esistenza di  menti capaci di concepire qualcosa).

d'altra parte, già da molto tempo siamo dentro questa frenesia sensoriale: leggere un libro era già una perdita di tempo negli anni '90, rispetto a guardarsi il film (e perdersi metà della trama e degli approfondimenti psicologici); oggi, gli estratti dai film sono già eccessivi, un filmato di cinque minuti su youtube estrapolato da un film è troppo lungo, meglio guardarsi una gif animata da pochi secondi: contiene già tutto quanto. perché scrivere un'email quando posso condividere su facebook uno stato con tutti i miei amici che magari lo diffonderanno a loro volta? anzi, perché perdere tempo ad aggiornare facebook quando con 140 caratteri posso menare sciabolate su twitter?

troppo. non sono mai stato un fanatico dell'estrema sintesi (credo si veda bene), anche se ammiro chi ci riesce, ad essere sintetico e incisivo insieme. twitter non fa per me.

meglio tumblr, che è una raccolta di tutte queste cose insieme: è aggiornato in tempo reale, ci puoi mettere di tutto e se scrivi più di due righe nessuno ti tronca il messaggio. nella dashboard (inglese per cruscotto) scorrono le immagini e i riquadri di testi e link degli altri tumblr che segui, e in questo caso chi è causa del suo mal pianga se stesso, nel senso che se ti scegli male i tumblr da seguire, poi non puoi lamentarti che tumblr fa schifo: è la tua dash che fa schifo.

i tumbleri che seguo io son tutti evidentemente giovani e, in quanti tali, soggiacenti alle necessità ormonali più elementari, e si vede dalle cose che pubblicano: quando apro la dashboard al mattino e scorro i post della sera precedente, la trovo piena di figa®. questo è un esempio di quel che trovo, e anche tra i più castigati:


verso mezzogiorno, però, le cose cambiano e ci si dà decisamente al food porn. e sapete che c'è? che la figa® ormai la scorro distrattamente, soffermandomi un attimo solo sulle più clamorose ma con lo stesso spirito di robert burns: "ormai guardo playboy con lo stesso sguardo con cui guardo il national geographic: posti bellissimi in cui so che non andrò mai", mentre invece, il food porn... oh, il food porn...



























PLOT TWIST: il link alle foto che ho pubblicato l'ho trovato su un blog :-D

martedì 15 aprile 2014

e...?

giorni fa è uscito questo video, in un sito di notizie che non mi sono annotato e quindi ora non ritrovo, e tutti sotto a commentare "che bravo" "meriteresti di entrare a far parte di un gruppo" "l'industria discografica dovrebbe accorgersi di te".



ora intendiamoci: il tipo è effettivamente bravissimo (anche se, a voler fare i pistini, proprio precisissimo non è), ma questo genere di esibizioni non ha niente a che fare con la musica. i fenomeni che devono tutto alle loro capacità atletiche e al numero di ore passate ad allenarsi vanno bene al circo, o in qualsiasi altro contesto dove è necessario stupire il pubblico, ma la musica è un'altra cosa.

la tecnica serve: un bel pezzo suonato male diventa un brutto pezzo; ma senza talento e passione, la tecnica serve solo a stupire i passanti. quando si suona insieme, poi, il fenomeno di turno è invariabilmente quello che rovina le cose, perché per la buona riuscita di un progetto musicale (e con ciò si intenda tutto quel che va dal suonare insieme una singola canzone fino a un progetto pluriennale che preveda dischi e tour internazionali) è necessario che ciascuno abbia l'umiltà di fare la sua parte senza eccedere in personalismi, senza volersi mettere in mostra a tutti i costi, cosa che al fenomeno riesce male, preso com'è a volere tutti i riflettori puntati su di sé. immaginate quel che potrebbe succedere in un gruppo composto da tutti fenomeni.

il medio italiano è incompetente e giudica solo col metro di chi piscia più lontano è il migliore - in tutto. sai pisciare più lontano degli altri? sicuramente sai guidare anche più veloce degli altri, segni quattro gol a partita e ti scopi le mogli altrui. è evidente. a questo punto, perché non fargli pure guidare il governo?

e invece magari non sa nemmeno scrivere il suo nome sulla neve.

pisciando, dico.

mercoledì 26 marzo 2014

un numero imprecisato di anni schiavo

"dai, già nelle locandine hanno messo fassbender e pitt prima di me,
non vi è nemmeno piaciuto il film?"


qualche bel giorno fa sono andato a vedere 12 anni schiavo. nel frattempo l'ha visto anche l'amore mio e non le è piaciuto pegnente e tutto sommato direi proprio che, ripensandolo col giusto distacco, l'oscar non è che se lo sia meritato così tanto. l'impatto emotivo, però, mi ha fatto passare in secondo piano ogni tentativo di analisi estetica o stilistica (quand'anche ne fossi in grado): alcune scene sono di una crudezza tale che ogni attenzione mi è stata rubata dall'empatia, dall'umana pietà. si badi bene, però: non sto parlando di crudezza in senso splatter, nonostante le scene di frustate e la carne viva esposta - la passione di cristo, da questo punto di vista, rasentava la pornografia e forse proprio per questo non riusciva a risultare emotivamente coinvolgente - ma di crudezza come esposizione nuda di avvenimenti evidentemente disumani come se fossero normale amministrazione, senza la spettacolarizzazione a cui hollywood ci ha abituati. non c'è autocompiacimento nel mostrare la progressiva disumanizzazione del protagonista che, nel suo personale calvario, via via rivede costantemente al ribasso le sue aspettative nei confronti della vita.

se il film ha avuto un merito ai miei occhi, è proprio quello di farmi sorgere una riflessione su questo: su fin dove sia lecito abbassare la soglia delle proprie aspettative senza tradire la propria intima essenza. all'inizio della sua nuova vita da schiavo, northup pronuncia la famosa frase (come sani gesualdi): "io non voglio sopravvivere: voglio vivere!" - però, alla fine, è questo che fa: sopravvive, aspettando con giobbesca pazienza il momento in cui i tempi saranno maturi per tornarsene a casa sua, cosa che d'altra parte avviene solo grazie all'intervento del deus ex machina in sembianza di brad pitt con una barba da amish.

sopravvive facendo il bravo negro, compiacendo il suo padrone con le proprie abilità messe al suo servizio; sopravvive miracolosamente a un'impiccagione; sopravvive ai soprusi, agli inganni, alle frustate; alla fine, diventa egli stesso un aguzzino e frusta a sangue lupita n'yongo, e pure male: il padrone schiavista non è contento (e men che meno la di lui moglie gelosa) e non è contenta lei, che avrebbe voluto morire piuttosto che continuare una vita di soprusi. alla fine, quando lo sceriffo lo viene a prendere, sale sul calesse, saluta tutti e se ne va, e in culo tutti gli altri.

sì, vabbè, poi ha scritto l'autobiografia e ha fatto comizi per l'abolizionismo. dopo. solomon, ma non volevi vivere? e in quei dodici anni, che hai fatto? e quanti anni si possono lasciar passare, o quale gradino della scala dell'abiezione, della rinuncia si può scendere, prima di rassegnarsi all'idea che la tua vita non è più nemmeno sopravvivenza?

martedì 18 marzo 2014

il nero

succede spesso, con spike jonze: mette così tanta carne al fuoco che ogni tanto ti si ripresenta qualche scena (un po' come i peperoni) e le dai un significato diverso, oppure ne capisci meglio il senso.

intanto, gli attori. per me, che vado ancora al cinema come ci andavo da ragazzo, vale a dire disposto a credere alla veridicità di ogni cosa che mi viene raccontata solo perché proviene da un grande schermo luccicante, accorgermi - per esempio - che quella amy è sempre la sidney prosser di american hustle, ma anche la charlene fleming di the fighter è sempre una caduta dal pero. ma anche questo succede spesso, con spike jonze, che gli attori te li macina un po' come meglio preferisce e te li restituisce sotto forma di hamburger o di t-bone steak, dipende.

joaquin phoenix, invece, l'ho riconosciuto subito, anche se rimango sempre meravigliato che quello là che faceva l'imperatore commodo ha fatto pure freddie quell e adesso questo theodore twombly che dove se lo sarà trovato, dentro di sé? però è un fatto che lo ha trovato e lo ha indossato come i suoi vestiti di tutti i giorni (nella speranza che mò non tornino di moda i pantaloni ascellari).

ho dato del figlio di puttana a jonze durante la scena di sesso tra theodore e samantha. se pochi minuti prima mi aveva fatto sbellicare col gatto morto con cui la gattina sexy doveva essere soffocata, dopo mi ha mandato in un momento di pura estasi estetica.

ATTENZIONE SPOILER: la scena di sesso non c'è. non si vede un'improvvisa incarnazione di scarlett johansson, non si vedono immagini come quelle che theodore evocava mentre la gattina lo stuzzicava in audiochat e non si vede phoenix che si sbatacchia la nerchia, non si vedono nemmeno api fiori o farfalle, non si vede niente. lo schermo diventa nero e si sentono solo le voci dei due che si caricano vicendevolmente, fino ad avere un orgasmo.

mi è sembrato come se dicesse: "vi sparo tanta di quella pornografia dei sentimenti che quella del sesso virtuale ve la risparmio - tanto, non è di questo che stiamo parlando". oppure voleva significare che la prima volta che due, destinati a innamorarsi, fanno sesso è una cosa talmente totalizzante che noi spettatori, pur consapevoli della finzione, ne siamo necessariamente tagliati fuori.

jonze, che quasi ogni immagine la infarcisce di simboli e riferimenti, dissolve in nero, per tornare a mostrare lo skyline notturno di los angeles solo a cose fatte.

figlio di puttana. hat tip. e un gran bel film, dove ognuno potrà trovare raccontato un po' di sé, o di qualcuno che conosce, anche se a tratti jonze dà l'impressione di essere troppo ottimista sull'intelligenza media del suo spettatore. o forse non è mai stato in italia.


mercoledì 12 marzo 2014

dafuq with mymovies?

ieri sera sono andato a vedere snowpiercer. per guardarlo, mi son perso in tv, sull'unico canale che si vede ancora a casa mia, urlo: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

vabbè, non mi aspettavo di vedere un capolavoro, ma nemmeno una cagata pazzesca, per dirla alla fantozzi. e invece: la seconda che ho detto. una trama che definire esile è ancora poco, personaggi tagliati con l'accetta, una sceneggiatura così prevedibile che al confronto, se vai a vedere una qualsiasi fedele trasposizione del vangelo, quasi quasi ti aspetti il colpo di scena.

e che dire del finale? ve lo spoilero, tanto è uguale. allora: c'è stata una improvvisa glaciazione causata da qualche governante disattento. ogni forma di vita scompare dalla terra e la scarsa umanità superstite viaggia perpetuamente su un treno da diciotto (diciotto) anni. tale umanità, indovinate? esatto, è divisa in classi sociali, laddove, indovinate? quelle agiate viaggiano in testa e quelle svantaggiate in coda e pertanto, indovinate? esatto, a qualcuno vien voglia di sovvertire l'ordine e indovinate? esatto, il leader della rivolta alla fine rimane da solo e fa il suo duello all'alba col principe dei cattivi, che fino ad allora non si era visto mai. insomma ve la faccio breve: esplode una bomba, il treno (che sarà stato lungo un chilometro) deraglia, gran parte dei vagoni finisce in burroni e precipizi e gli unici due di cui viene certificata la sopravvivenza sono una ragazzina diciassettenne e un bambino cinquenne.

che avvistano un orso polare.

fine del film.

(ci risparmiano l'orrore di vederli sbranati dal più grosso carnivoro terrestre).

ma non è tanto questo quel che mi fa specie di tutta la storia, quanto la recensione che ne ho trovato su mymovies. cito:

una profonda riflessione filosofica sulla natura dell'uomo e le sorti dell'umanità, cupa e inquietante, disperata e appropriatamente raggelante, ma al contempo venata di sapida ironia e aperta, nel finale ad un abbacinante raggio di speranza.

a parte che manca una virgola dopo finale, qualcuno mi dice dove il sig. bertolin ha visto il raggio di speranza? anche se sfuggissero all'orso polare, quei due morirebbero o di freddo o di fame, visto che son nati e sempre vissuti sul treno e non hanno mai saputo come procacciarsi il cibo. e, già che ci siamo, mi dite anche dove sta la profonda riflessione filosofica? nelle battute coglione del cattivo che propugna la divisione in classi e la guerra sola igiene del mondo come la versione contemporanea della selezione naturale? o nella mancata cristologia del buono-ex-cattivo-redento che voleva sacrificare un pezzo di sé per la sopravvivenza del gruppo - ma poi non ce l'ha fatta - ma nel finale si riscatta lasciando un braccio negli ingranaggi pur di salvare il bambino? la sapida ironia poi, non pervenuta.

ma non è finita:

Siamo insomma di fronte ad un cinema profetico che nell'immediato molti probabilmente rifiuteranno, ma che lascerà il segno, come negli ultimi decenni Blade Runner, Brazil, Strange Days o The Matrix.

a parte che si intitola soltanto matrix... bertolin, cambia spaccino: quella robba nunn'è bbona.

guardatevi il trailer: manca il finale, ma quello ve l'ho raccontato io; il resto del film c'è tutto, vi risparmiate i soldi e due ore di appesantimento testicolare.


)

mercoledì 15 gennaio 2014

contestualizziamo

selma è una che racchiude in sé tutte le possibili sfighe del mondo: immigrata negli usa da un paese dell'est europa, ragazza madre, operaia in una fabbrica che manco chaplin di tempi moderni, affetta da una malattia degenerativa che la renderà presto cieca e consapevole che ha trasmesso la sua malattia al figlio. manca uno o due genitori con il vizio della siringa e il quadro sarebbe completo, ma visto che si parla solo di un padre inventato, non è improbabile che sia così.

selma però sa che la malattia può essere curata, se si viene operati nell'adolescenza, con un costoso intervento. per questo lavora come un somaro, sottoponendosi anche a turni di notte e lavoro a domicilio alienante, per risparmiare i soldi per l'operazione del figlio.

il suo unico rifugio sono i sogni ad occhi aperti, nei quali cade spesso anche durante il lavoro, quasi ipnotizzata dai ritmi dei macchinari della fabbrica, e i musical, perché nei musical non succede mai niente di spiacevole e c'è sempre qualcuno che ti acchiappa, quando cadi. l'unione delle due consolazioni le è sostanzialmente fatale, perché si distrae, causa un danno al macchinario e viene licenziata.

come soprammercato per cotante sfighe combinate, viene tradita da quello che pensava fosse suo amico, il poliziotto e padrone di casa che, per continuare a mantenere il tenore di vita a cui ha abituato la moglie, ruba a selma tutti i sudati risparmi, peraltro dopo aver carpito la sua fiducia: infatti si erano vicendevolmente confidati un segreto: lui, che stava mentendo alla moglie sulla consistenza del proprio patrimonio e lei del fatto che i soldi guadagnati in più non venivano mandati in patria al padre, ma risparmiati per un ben più nobile scopo.

selma cerca di riprendersi i suoi soldi, ma il poliziotto sa che senza quelli dovrebbe confessare alla moglie di averle mentito, quindi preferisce provocare selma minacciandola con la pistola. ne segue una colluttazione, al termine della quale il poliziotto rimane ferito e, piuttosto che andare incontro alle proprie responsabilità, istiga selma a finirlo addirittura. al processo che segue, selma, piuttosto che tradire la promessa di mantenere il segreto, rimane vittima delle proprie incongruenze e bugie, così che l'accusa ha gioco facile nel dimostrare la sua colpevolezza. rinuncia anche ad avere una difesa più efficace, perché dovrebbe spendere i soldi dei risparmi. viene quindi condannata a morte. un attimo prima dell'esecuzione, l'amica di sempre le rivela che il figlio è stato operato e non diventerà cieco.

si potrebbe aprire il dibattito sull'abitudine di von trier di infilare nei suoi film una figura di agnus dei qui tollit peccata mundi, qualcuno che prende su di sé le conseguenze delle male azioni di chiunque e si sacrifica anche per gli ingiusti (vedi anche le onde del destino e dogville), ma un dibattito fatto da me soltanto è un po' monco, e pertanto passiamo direttamente al motivo di questo post, che è quello di farvi ascoltare una canzone, contestualizzandola, appunto.

i've seen it all è una delle cose più tristi che si possano sentire: parla del senso della rinuncia, dell'accettazione di un destino avverso e terribile, se questo può servire alla salvezza di qualcun altro. nel film, bjork duetta con peter stormare, che recita la parte dello spasimante di poco spessore e senza speranza molto meglio di come canta, per cui, nel cd della colonna sonora, bjork ha scelto di duettare con thom yorke, a volte anche scambiandosi anche le parti rispetto all'interpretazione del film. è potente il senso di ineluttabilità che permea ogni singolo verso della canzone, che rende inutile ogni resistenza contro il destino cinico e baro. e se non piangete con questa, specie se così contestualizzata, davvero avete il cuore di pietra.


martedì 31 dicembre 2013

duas palavras

(in portoghese, ché l'unica cosa che mi è piaciuta è sentirlo parlare)

cedendo ai luoghi comuni e irretiti da alcune critiche lusinghiere, l'altra sera ci siamo guardati love actually.

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ma che razza di stronzata!

lunedì 28 ottobre 2013

la grande sòla

(viene da qui)



come ha detto qualcuno da qualche parte, l'arte serve a porre domande, non a dare risposte; in questo senso, la grande bellezza è sicuramente un film d'arte perché, da quando siamo usciti dal cinema e fino al giorno dopo, simonetta ed io non abbiamo fatto che cercar di dare le risposte a tutti gli interrogativi con cui siamo rimasti al termine della visione.

la prima impressione è stata che sorrentino si sia proposto da solo una quindicina di tracce di temi da svolgere, con solo due ore di tempo per farlo: tanti gli argomenti, gli spunti, le suggestioni, ma niente che arrivi mai a compimento: personaggi la cui personalità rimane appena abbozzata, episodi che godono di ampia sottolineatura e che rimangono invece avulsi dal resto della storia (quale storia?), inizi che non trovano mai svolgimento, tanto meno fine.

molti i richiami a fellini, ma più come citazione accademica (la giraffa!) che come similitudine di atteggiamento: fellini contemplava la stessa roma cafona di sorrentino, cinquant'anni prima, ma con occhio più ammirato e meno smaliziato. in fin dei conti, fellini poteva dire che la dolce vita l'aveva solo descritta, mentre ho l'impressione che sorrentino ne sia (stato) più coinvolto - e fellini ha sempre conservato un atteggiamento provinciale, nel senso di non-mondano, nel guardare le cose del mondo.

del resto, roma ha sempre costituito un miraggio per chiunque provenisse da fuori: possiede il fascino della metropoli, della città dove succede sempre qualcosa - e chissà cosa succederà mai, a roma, che non possa succedere anche in provincia? forse solo le stesse cose, ma su scala metropolitana, appunto. il protagonista del film, jep gambardella (il solito, enorme toni servillo) non sfugge a questo equivoco, e giunge a roma animato dall'ambizioso intento di diventarne protagonista, salvo invece trovarsi ad esserne fagocitato.

lo troviamo quarant'anni dopo il suo arrivo in città, sessantacinquenne, nel giorno del suo compleanno, al centro di una festa triviale e sguaiata, attorniato da esempi di disfacimento, più che di decadenza: su tutti, una serena grandi che accetta di fare la parodia di se stessa (ma un po' tutto il film è un continuo entrare e uscire dai personaggi: la ferilli che non si arrende al tempo che passa e a 42 anni (tte piacess'!!) fa ancora la spogliarellista, antonello venditti nel ruolo di se stesso...), smisuratamente ingrassata e devastata dalla chirurgia (in)estetica, addirittura colta nell'atto di farsi un paio di strisce, reato per cui rischiò anche la galera (fu prosciolta). mondano in maniera riluttante, ma solo in apparenza: in realtà ben cosciente della propria e della altrui inconsistenza e incapacità di incidere sul mondo reale, che appare talmente distante dall'alta borghesia intellettual-radical chic qui rappresentata da non comparire affatto, nemmeno inquadrato per sbaglio. forse scosso da alcune morti che gli avvengono vicinissime, senza peraltro sfiorarlo, comincia a porsi domande sul senso della vita e della sua esistenza in particolare, a cui non sa rispondere da solo e nemmeno trova modelli convincenti a cui domandare, finché non incontra la suora missionaria 104enne (la santa) che dorme per terra e mangia solo radici, che aveva apprezzato il libro (unico) di esordio di gambardella e che gli domanda per quale motivo non avesse più scritto altro, nonostante l'inizio sfolgorante. jep risponde di aver sempre cercato la grande bellezza, ma di non averla mai trovata; la suora replica con una frase a effetto che, a quanto pare, qualche effetto lo sortisce e gambardella (ri)parte per un viaggio alla ricerca del sé, se non del tempo, perduto.

la parola più ricorrente nei dialoghi del film è delusione, con i suoi derivati deluso, deludente, e non credo sia un caso; è deluso di se stesso gambardella, che era nato per - anzi, condannato a - la sensibilità, come dice di se stesso all'inizio del film, ma si ritrova, decenni dopo, insoddisfatto e inaridito, per aver scambiato le sue potenzialità di scrittore con il piatto di lenticchie della mondanità; è deluso romano, il personaggio di carlo verdone, perché forse sperava di veder amplificate nella grande città le sue (scarse) potenzialità di autore, potendo raggiungere un pubblico più ampio e forse meno superficiale, ma deve arrendersi all'evidenza che amplificare la mediocrità significa solo rendere più rumoroso il proprio fallimento, eccetera. ma sono deludenti alcuni stessi elementi del film: ramona, il personaggio di sabrina ferilli, che come sempre non sa parlare romano - ma in questo caso sorge il dubbio che il perfido sorrentino lo sappia bene e ne approfitti per i suoi scopi - e che sembra affacciarsi alla trama del film per diventare salvifico, con la sua apparente, ingenua purezza, risulta in realtà di spessore pressoché nullo e nemmeno la morte gli conferisce dignità; il consolabile vedovo della ragazza, poi donna, che in realtà per tutta la vita ha amato solo gambardella, va ad informare il medesimo della morte di lei e di questa sua ossessione: lo ha letto nel diario di lei, che forse potrebbe contenere qualche risposta, ma lo stolto lo ha distrutto, e nonostante avesse dichiarato, in gramaglie, che avrebbe vissuto nell'adorazione eterna dell'amata che non lo corrispondeva, in realtà ben presto cerca di rifarsi una vita (qualsiasi) con una donna dell'est molto più giovane di lui (e qui il cliché è consentito); la frase della suora 104enne: lo sa perché mangio radici? perché le radici sono importanti è forse la frase più banalmente retorica che si poteva mettere in bocca a un qualsiasi personaggio: in bocca a quello che dovrebbe suggerire al protagonista una svolta verso un recupero etico, fa semplicemente cadere le braccia; la stessa "svolta" non sta in piedi e non ha alcun senso reale: cosa spera di trovare gambardella tra le pietre del suo paesello di origine che non si porti già dentro di sé? se hai smarrito il senso della grande bellezza che dici di non aver mai trovato, è perché non l'hai cercata; ma perfino la recitazione di alcuni, compreso lo splendido protagonista, sembra perdere smalto via via che il film procede. e man mano che analizzavamo insieme tutti questi elementi del film, cercandone il possibile senso, mi sono sempre di più convinto che tutto questo non fosse casuale.


io credo, penso, spero, auspico che sorrentino abbia fatto un film deliberatamente deludente: che abbia impiantato questa enorme messinscena non per dare un suo punto di vista moralista e moralizzatore rispetto a uno stile di vita vacuo, che peraltro da sempre si autocondanna, ma per dare modo a ciascuno (che ne sia in grado) di riflettere su se stesso e sulla propria esistenza, in modo da accorgersi della bellezza che ci si trova davanti agli occhi - magari cambiando semplicemente punto di vista. e d'altra parte, la prima chiave di lettura sorrentino ce la fornisce all'inizio del film, con la citazione di céline che viene mostrata in apertura: viaggiare è molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni (guardacaso) e pene. il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza. come anche dire che se perdi immaginazione, perdi forza. la giraffa è palesemente finta, realizzata in cgi: ma d'altra parte è un trucco e non è mai stata lì - ma basta esserne consapevoli per ribaltare la prospettiva: il trucco, il tranello, non è la sparizione della giraffa, ma credere che la giraffa esista. un'altra chiave di lettura, a mio parere, è il personaggio del custode delle chiavi dei più bei palazzi romani, dove la bellezza viene disvelata in tutto il suo splendore, senza infingimenti né orpelli: quando ramona gli chiede: "come mai hai tutte queste chiavi?" lui risponde: "perché sono un tipo affidabile". come dire che la vera bellezza va affidata solo alle mani di chi la sappia rispettare e conservare.

infine, al cinema è successa una cosa curiosa: quasi tutti gli spettatori sono rimasti fino a che non è scomparso l'ultimo dei titoli di coda, che scorrevano sopra le immagini di una roma che si risveglia all'alba, vista da un battello sul tevere, in una luce che quasi ti faceva sentire il profumo dell'aria del mattino: la bellezza è là dove è sempre stata, basta solo guardarla da un altro angolo, in un momento in cui non siamo immersi nelle nostre meschinità quotidiane.

lieve apologo sull'amore universale



niente, andate a vederlo e godete.

lunedì 21 ottobre 2013