lunedì 28 ottobre 2013

la grande sòla

(viene da qui)



come ha detto qualcuno da qualche parte, l'arte serve a porre domande, non a dare risposte; in questo senso, la grande bellezza è sicuramente un film d'arte perché, da quando siamo usciti dal cinema e fino al giorno dopo, simonetta ed io non abbiamo fatto che cercar di dare le risposte a tutti gli interrogativi con cui siamo rimasti al termine della visione.

la prima impressione è stata che sorrentino si sia proposto da solo una quindicina di tracce di temi da svolgere, con solo due ore di tempo per farlo: tanti gli argomenti, gli spunti, le suggestioni, ma niente che arrivi mai a compimento: personaggi la cui personalità rimane appena abbozzata, episodi che godono di ampia sottolineatura e che rimangono invece avulsi dal resto della storia (quale storia?), inizi che non trovano mai svolgimento, tanto meno fine.

molti i richiami a fellini, ma più come citazione accademica (la giraffa!) che come similitudine di atteggiamento: fellini contemplava la stessa roma cafona di sorrentino, cinquant'anni prima, ma con occhio più ammirato e meno smaliziato. in fin dei conti, fellini poteva dire che la dolce vita l'aveva solo descritta, mentre ho l'impressione che sorrentino ne sia (stato) più coinvolto - e fellini ha sempre conservato un atteggiamento provinciale, nel senso di non-mondano, nel guardare le cose del mondo.

del resto, roma ha sempre costituito un miraggio per chiunque provenisse da fuori: possiede il fascino della metropoli, della città dove succede sempre qualcosa - e chissà cosa succederà mai, a roma, che non possa succedere anche in provincia? forse solo le stesse cose, ma su scala metropolitana, appunto. il protagonista del film, jep gambardella (il solito, enorme toni servillo) non sfugge a questo equivoco, e giunge a roma animato dall'ambizioso intento di diventarne protagonista, salvo invece trovarsi ad esserne fagocitato.

lo troviamo quarant'anni dopo il suo arrivo in città, sessantacinquenne, nel giorno del suo compleanno, al centro di una festa triviale e sguaiata, attorniato da esempi di disfacimento, più che di decadenza: su tutti, una serena grandi che accetta di fare la parodia di se stessa (ma un po' tutto il film è un continuo entrare e uscire dai personaggi: la ferilli che non si arrende al tempo che passa e a 42 anni (tte piacess'!!) fa ancora la spogliarellista, antonello venditti nel ruolo di se stesso...), smisuratamente ingrassata e devastata dalla chirurgia (in)estetica, addirittura colta nell'atto di farsi un paio di strisce, reato per cui rischiò anche la galera (fu prosciolta). mondano in maniera riluttante, ma solo in apparenza: in realtà ben cosciente della propria e della altrui inconsistenza e incapacità di incidere sul mondo reale, che appare talmente distante dall'alta borghesia intellettual-radical chic qui rappresentata da non comparire affatto, nemmeno inquadrato per sbaglio. forse scosso da alcune morti che gli avvengono vicinissime, senza peraltro sfiorarlo, comincia a porsi domande sul senso della vita e della sua esistenza in particolare, a cui non sa rispondere da solo e nemmeno trova modelli convincenti a cui domandare, finché non incontra la suora missionaria 104enne (la santa) che dorme per terra e mangia solo radici, che aveva apprezzato il libro (unico) di esordio di gambardella e che gli domanda per quale motivo non avesse più scritto altro, nonostante l'inizio sfolgorante. jep risponde di aver sempre cercato la grande bellezza, ma di non averla mai trovata; la suora replica con una frase a effetto che, a quanto pare, qualche effetto lo sortisce e gambardella (ri)parte per un viaggio alla ricerca del sé, se non del tempo, perduto.

la parola più ricorrente nei dialoghi del film è delusione, con i suoi derivati deluso, deludente, e non credo sia un caso; è deluso di se stesso gambardella, che era nato per - anzi, condannato a - la sensibilità, come dice di se stesso all'inizio del film, ma si ritrova, decenni dopo, insoddisfatto e inaridito, per aver scambiato le sue potenzialità di scrittore con il piatto di lenticchie della mondanità; è deluso romano, il personaggio di carlo verdone, perché forse sperava di veder amplificate nella grande città le sue (scarse) potenzialità di autore, potendo raggiungere un pubblico più ampio e forse meno superficiale, ma deve arrendersi all'evidenza che amplificare la mediocrità significa solo rendere più rumoroso il proprio fallimento, eccetera. ma sono deludenti alcuni stessi elementi del film: ramona, il personaggio di sabrina ferilli, che come sempre non sa parlare romano - ma in questo caso sorge il dubbio che il perfido sorrentino lo sappia bene e ne approfitti per i suoi scopi - e che sembra affacciarsi alla trama del film per diventare salvifico, con la sua apparente, ingenua purezza, risulta in realtà di spessore pressoché nullo e nemmeno la morte gli conferisce dignità; il consolabile vedovo della ragazza, poi donna, che in realtà per tutta la vita ha amato solo gambardella, va ad informare il medesimo della morte di lei e di questa sua ossessione: lo ha letto nel diario di lei, che forse potrebbe contenere qualche risposta, ma lo stolto lo ha distrutto, e nonostante avesse dichiarato, in gramaglie, che avrebbe vissuto nell'adorazione eterna dell'amata che non lo corrispondeva, in realtà ben presto cerca di rifarsi una vita (qualsiasi) con una donna dell'est molto più giovane di lui (e qui il cliché è consentito); la frase della suora 104enne: lo sa perché mangio radici? perché le radici sono importanti è forse la frase più banalmente retorica che si poteva mettere in bocca a un qualsiasi personaggio: in bocca a quello che dovrebbe suggerire al protagonista una svolta verso un recupero etico, fa semplicemente cadere le braccia; la stessa "svolta" non sta in piedi e non ha alcun senso reale: cosa spera di trovare gambardella tra le pietre del suo paesello di origine che non si porti già dentro di sé? se hai smarrito il senso della grande bellezza che dici di non aver mai trovato, è perché non l'hai cercata; ma perfino la recitazione di alcuni, compreso lo splendido protagonista, sembra perdere smalto via via che il film procede. e man mano che analizzavamo insieme tutti questi elementi del film, cercandone il possibile senso, mi sono sempre di più convinto che tutto questo non fosse casuale.


io credo, penso, spero, auspico che sorrentino abbia fatto un film deliberatamente deludente: che abbia impiantato questa enorme messinscena non per dare un suo punto di vista moralista e moralizzatore rispetto a uno stile di vita vacuo, che peraltro da sempre si autocondanna, ma per dare modo a ciascuno (che ne sia in grado) di riflettere su se stesso e sulla propria esistenza, in modo da accorgersi della bellezza che ci si trova davanti agli occhi - magari cambiando semplicemente punto di vista. e d'altra parte, la prima chiave di lettura sorrentino ce la fornisce all'inizio del film, con la citazione di céline che viene mostrata in apertura: viaggiare è molto utile, fa lavorare l'immaginazione, il resto è solo delusioni (guardacaso) e pene. il nostro viaggio è interamente immaginario, è là la sua forza. come anche dire che se perdi immaginazione, perdi forza. la giraffa è palesemente finta, realizzata in cgi: ma d'altra parte è un trucco e non è mai stata lì - ma basta esserne consapevoli per ribaltare la prospettiva: il trucco, il tranello, non è la sparizione della giraffa, ma credere che la giraffa esista. un'altra chiave di lettura, a mio parere, è il personaggio del custode delle chiavi dei più bei palazzi romani, dove la bellezza viene disvelata in tutto il suo splendore, senza infingimenti né orpelli: quando ramona gli chiede: "come mai hai tutte queste chiavi?" lui risponde: "perché sono un tipo affidabile". come dire che la vera bellezza va affidata solo alle mani di chi la sappia rispettare e conservare.

infine, al cinema è successa una cosa curiosa: quasi tutti gli spettatori sono rimasti fino a che non è scomparso l'ultimo dei titoli di coda, che scorrevano sopra le immagini di una roma che si risveglia all'alba, vista da un battello sul tevere, in una luce che quasi ti faceva sentire il profumo dell'aria del mattino: la bellezza è là dove è sempre stata, basta solo guardarla da un altro angolo, in un momento in cui non siamo immersi nelle nostre meschinità quotidiane.

lieve apologo sull'amore universale



niente, andate a vederlo e godete.