mercoledì 18 febbraio 2015

birdman: la percezione della realtà



sto ancora elaborando. ho visto il film venerdì e mi sta ancora risuonando in testa, come tutte le cose che non si prestano a una lettura superficiale - anzi: chi va a vedere un film del genere pensando a due spensierate ore di intrattenimento resterà totalmente deluso.

il tema è la realtà, la verità, e la loro percezione: come noi cambiamo noi stessi per adattarci alle nostre percezioni, piuttosto che accettare che esiste una realtà oggettiva, e come si fa a discernere, e i vari livelli di verità o, se preferite, di onestà intellettuale verso se stessi e il resto del mondo.

se e quando avrò finito di ragionare, vi terrò informati sui risultati.

edit del 19 febbraio: iñarritu si è parecchio divertito a farci entrare e uscire, e quando dico farci intendo noi spettatori, riggan thomson e michael keaton: si entra e si esce dalla testa del protagonista, si entra e si esce dalla realtà della rappresentazione (?), si entra e si esce da keaton (batman/birdman). perdersi diventa molto facile, sia per il protagonista che per gli spettatori. e iñarritu, che di mestiere non fa il regista ma il figlientrocchia, mette in mano a ed norton una copia di labirinti di borges (continua).

edit del 20 febbraio: a prescindere dal fatto che sia più o meno importante, se non merita l'oscar michael keaton, non vedo chi. riesce contemporaneamente ad essere michael keaton, l'attore riggan thomson, la privata persona riggan thomson, birdman e anche la proiezione della somma di tutti questi nella testa di thomson. una cosa sola thomson non riesce ad essere: la proiezione che gli altri fanno di lui su di sé: non riesce ad essere un marito accettabile, un padre accettabile, un attore finito, una persona definita da un ruolo.

realtà e finzione continuano a confondersi, a mescolarsi, a scambiarsi di posto. la compagna di thomson che rivela di essere incinta, ma poi in realtà non lo è, e il suo personaggio che "i had no idea of being pregnant, and i never intended telling him. [...] i didn't want that baby. not because i didn't love nick and not because i didn't love the idea of it, but just because i wasn't ready to love myself". (non immaginavo di essere incinta, e non ho mai voluto dirglielo. non volevo quel bambino. non perché non amassi nick e nemmeno perché non amassi l'idea in sé, ma solo perché non ero pronta ad amare me stessa).

ci sono cartine di tornasole, in una relazione, che indicano in maniera abbastanza inequivocabile la sua qualità. evitare di fare un salto di qualità, di prendere una decisione o rimandarla sine die, è sintomo di mancanza di amore, ma non per l'altro quanto per noi stessi. non abbiamo abbastanza autostima per credere di potercela fare anche quando si passa al livello superiore (questa sì, parla di te).

sopra ho scritto "realtà della rappresentazione", seguito non a caso da un "(?)" per evidenziare l'ossimoro. questo diventa evidente nella scena in cui thomson irrompe nel teatro dall'ingresso della platea, in mutande perché l'accappatoio è rimasto incastrato nella porta che lo ha chiuso fuori. ovviamente, non ha in mano la pistola che serve a minacciare gli amanti nel letto, e il pubblico in sala ride e rumoreggia nel vedere che lui punta minacciosamente il dito. qual è il limite minimo che ci rende accettabile la sospensione della credulità? lo spettatore sa bene che quella a cui assiste è una messa in scena, che nessuna delle persone che vede "sente" realmente le emozioni che gli attori mostrano, che la pistola è caricata a salve e che nessuno muore davvero. però ha bisogno che la sospensione della sua credulità sia sostenuta da simboli, feticci: in  mutande e senza pistola, ed/riggan non è davvero minaccioso, è solo ridicolo, nonostante le battute e il timing siano perfetti. questo, iñarritu lo sottolinea con la sua scelta stilistica dell'apparente unico piano sequenza: ci sono alcuni momenti che indicano chiaramente l'esistenza di un montaggio digitale, nemmeno troppo nascosti. un osservatore superficiale però riesce a credere che tutta l'azione sia filmata in diretta. forse.

peraltro il personaggio di ed norton dice "io fingo ovunque, tranne che sulla scena", pretendendo che il suo mestiere di attore gli consenta di essere più vero della sua stessa persona. se davvero così fosse, si tratterebbe di un disturbo grave della personalità: ne verrebbe fuori un ottimo attore, ma una pessima persona. probabilmente troverà redenzione grazie all'intervento della figlia di thomson, che lo spinge ad essere più persona e meno personaggio:
"truth or dare?"
"truth"
"no."
"truth!"
"noo. truth or dare?" (sorride).
la maniera in cui è pronunciato quel "noo" è più pregna di significato di qualsiasi tentativo di smontare un castello di convinzioni con la logica: è detto con un'intonazione da bambino che decide che è ora di smettere di giocare. un bambino deluso che le cose non vadano per il "verso giusto", per il verso di un bambino che ha solo occhi innocenti per vedere il mondo così com'è, senza sovrastrutture. non le interessa una verità costruita ad arte, le interessa un uomo capace di osare - prima di tutto contro se stesso (inserire qui un'interpretazione psicoanalitica a caso sulla mancanza da parte di sam di una figura paterna/di riferimento valida).

EDIT FINALE CON SPOILER: secondo me, quando thomson si butta dal tetto del palazzo e vola, s'è realmente buttato ed è rimasto in fin di vita. le immagini che seguono documentano il suo delirio onirico comatoso, fino alla morte, che lui rappresenta a se stesso come l'ennesimo volo dalla finestra dell'ospedale: l'unico modo che ha, peraltro, di liberarsi del suo ingombrante alter ego piumato, che finalmente riesce a vedere nella sua banalità, seduto sulla tazza del cesso, dopo aver ceduto alle sue lusinghe di un futuro ancora glorioso insieme ("addio e vaffanculo"). la confusione tra realtà e rappresentazione ("state girando un film?" "un film, sì") arriva alle estreme e tragiche conseguenze e, nel delirio che segue, thomson assolve se stesso per tutti i suoi peccati, inventando un successo clamoroso fin dall'intervallo, facendo le ultime confessioni alla moglie, portando sul palco l'elemento reale ultimativo: una pistola vera e carica, con cui però non riesce a uccidersi, cosa che gli permette di avere il tempo di godersi il suo quarto d'ora di fama e gloria. nel momento stesso in cui smette di esistere, diventa reale sotto tutti gli aspetti trattati fin là: vero nella sua cruenta rappresentazione scenica, vero nel dimostrare di essere un attore, anche alla critica teatrale che è l'unica che non gli tributa la standing ovation e se ne va stizzita, vero per i social media che lo incoronano come trending topic.

chi siamo? siamo quello che crediamo di essere o quello che gli altri credono di noi? il pregiudizio che ci precede o ciò di cui siamo realmente capaci? non c'è altra via che la morte per sfuggire all'equivoco?

4 commenti:

  1. e io continuo a rosicare. almeno fino a sabato. sono troppo curioso

    RispondiElimina
  2. Standing ovation. Al film, ma di più a te.
    Cristina

    RispondiElimina
  3. Niente applausi per me, ma per il formaggino Bebè.

    RispondiElimina

Commenti chiusi.

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.